| Mergoscia, anni'20, foto di Gustav R. Zinggeler |
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RITORNO A MERGOSCIA Piero Bianconi Vigilia di Natale. Le campane della novena sciolgono per l'ultima volta la loro voce gracile e lieta, quel canticchiare argentino che l'aria fredda porta lontano e ne ricama la notte: “Domani si cancellerà l'iniquità della terra e il Salvatore del mondo regnerà sopra di noi.” Tutte le volte che sento queste campane della novena di Natale penso a mio padre. Era un uomo di poche parole, mio padre, pareva sereno e semplice, ma dentro chiudeva qualchecosa di suo, si chiudeva in sé. Non parlava del suo passato, della sua lunga vita. Una sola cosa ricordava, ogni anno, a quest'epoca: il suo ritorno dall'Arizona. Era tornato dopo diciotto anni, durante la novena di Natale, e le campane l'avevano accolto col loro canticchiare minuto, con quel chiacchiericcio gentile che si chiama e risponde da villaggio a villaggio e trova modo di penetrare anche nei più chiusi cuori. Ascoltava queste campane, mio padre, mentre saliva adagio verso il suo paesino di valle inerpicato sulla spalla del monte; e ritrovava al buio sagome note di alberi lungo il sentiero, riconosceva uno a uno gli scalini e le pietre del sentiero erto, le svolte, le stalle sul ciglio dei prati: al lume delle stelle sulla neve gelata. E intanto il lume del ricordo gli illuminava dentro la sua giovinezza selvatica e lontana, la ritrovava a ogni passo più viva, sentiva parlare quei luoghi che da diciotto anni aveva lasciati e che erano i suoi luoghi: gli parlavano con la voce delle campane della novena di Natale. Forse erano diciotto anni che non sentiva più campane, là nel West; in quei paesi piatti e vuoti, su quella terra generosa che la gente conquistava poco a poco, su nessuno: terra senza passato e senza campane. Ora, sotto le stelle che tremavano sulla neve gelata, aiutato dalle campane di Natale, ritrovava questa terra magra, sassi e sterpi, campetti grandi come un lenzuolo tenuti su da muretti neri, muri a secco dove di questa stagione dormon chiocciole, lucertole e serpi: pratelli sghembi e ripidi, da farci al più un carico di fieno per un ragazzino; e forre e burroni e strapiombi, rocce che non ferman nemmeno un pugno di neve, e qualche filare di vite guadagnato per scommessa sul franare della montagna. Ma era la sua terra, una terra piena di storia, anche se è un storia anonima e magari triste: una terra piena di cimiteri, di chiese, di campane, piena di passato. Ne aveva sentito il richiamo, mio padre, fin nel Far West, nel lontano selvaggio occidente e l'aveva ascoltato. Lo aveva ascoltato senza capirlo, forse; perché era imperioso e vago, quel richiamo: sotterraneo. Ora lo capiva, salendo adagio la strada sassosa, con la valigia sulle spalle, come fanno gli emigranti che ritornano. Saliva adagio, su verso il suo paesino di valle aggrappato alla spalla della montagna bianca e nera; a mano a mano che saliva gli appariva chiaro, le campane gli spiegavano tutto con il loro chiacchiericcio d'argento, gli parlavan dei suoi che l'aspettavan su nella minuscola cucina affumicata, gli parlavan di quelli che dormivan nel camposanto, accanto al campanile sul quale brillava un lumicino. Un lumicino da niente, che riusciva appena a orlare di luce la bocca tonda delle campane; non lo vedeva, se lo ritrovava in mente , quell'orlo di luce, perché anche lui da ragazzo era salito sul campanile a suonar la novena, ricordava la bocca delle campane, colme di buio, e quell'orlo fosforescente vibrante col profondo ronzio del bronzo. Neve, stelle e quel lumino sotto la bocca spalancata delle campane; insieme, il senso profondo di un ritrovamento, di una sicurezza riscoperta : in quella terra avara, tutta forre, burroni e rupi scoscese, che gli suonava gelata sotto i piedi, salendo adagio il sentiero erto con la valigia infilata nel bastone. Da “Pagine scelte” 1945 Berna, casa editrice A. Franke |